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Associazione AyFi Asd

I nostri valori, la nostra visione dello yoga, AyFi in teoria e in pratica

E' da molto tempo che desidero descrivere il modo unico in cui Manju P.Jois insegna l'Aṣṭāṅga Vinyāsa Yoga. Il mio desiderio nasce naturalmente dal fatto di essere un suo allievo e di avere il privilegio di una relazione amichevole con questa persona straordinaria, ma anche dalla convinzione che, se la nostra disciplina venisse insegnata come la trasmette Manju, sarebbe del tutto priva di quelle caratteristiche che le vengono (a volte giustamente) attribuite: difficile, troppo “fisica”, faticosa, solo per atleti. E ai suoi insegnanti: rigorosi, severi, “pretending”.

Ebbene io vorrei che quante più persone possibile scoprissero il modo tranquillo e sicuro di praticare la disciplina che conosco, che ogni giorno mi aiuta a stare meglio e che è completamente scevro da quanto sopra. Questo sistema io l’ho imparato proprio da Manju Jois e, da insegnante, spero sempre di riuscire a mantenere l'autenticità e la bellezza con cui mi è stato trasmesso.

Con qualche piccola variazione nella struttura (aperta al canto delle strofe vediche, al pranayama e alla meditazione anche per i principianti), l'Ashtanga di Manju è quello che suo padre K. Pattabhi Jois insegnava agli occidentali e che ormai tantissime persone conoscono. La vera particolarità di Manju è il suo modo “leggero” di insegnare, frutto di uno stato mentale positivo e fiducioso, basato sulla convinzione che lo yoga sia di tutti e per tutti. Da questa base nasce il suo particolare atteggiamento, grazie al quale gli studenti possono vivere serenamente qualunque cosa venga loro richiesto di fare nella shala.

Forte della sua autorevole semplicità, Manju sa infrangere gli schemi per lasciare spazio alle persone. Incontrarlo è come tornare a casa dopo un lungo viaggio, trovare un luogo accogliente o incontrare un vecchio amico. Ogni volta che ci si separa da lui, rimangono dentro la profonda motivazione a impegnarsi nella pratica e una straordinaria serenità.

Attraverso alcune sue frasi ricorrenti ho cercato di ricostruire sinteticamente quel complesso di humor, dolcezza, determinazione, sicurezza che rappresenta Manju e lo rende capace di scardinare dall'interno la rigidità del sistema senza modificarne le regole. Ne ho scelte tre, a me particolarmente care, alle quali aggiungo una breve spiegazione sperando di non far torto all'intuito che le vorrebbe senza commento:

1 “Difficult? ...don't do it!”.

Il nostro Maestro conosce bene la cultura del movimento abbinato alla competizione radicato nella nostra mente, che trasforma lo yoga in sport con obiettivi da raggiungere e risultati da ottenere. Manju usa questa frase quando qualcuno si sta dimenticando lo scopo fondamentale della pratica: ascoltare, arrendersi, rilassarsi. Non è un rimprovero ma un atteggiamento spontaneo, il suo modo di sottolineare quella che avverte come una contraddizione. Lo sguardo incredulo, sbalordito, rivolto a chi si sforza di prendere una posizione che va oltre le sue possibilità è il prologo. Subito dopo si avvicina con l'aria di chi non riesce a capire, sorride interrogativo (nel suo modo divertente e disarmante allo stesso tempo), poi chiede: “Difficult?”. Ascolta paziente il tentativo di spiegazione “logica” o il balbettio incoerente del praticante quindi, scuotendo la testa, con ferma dolcezza consiglia: “Don't do it!” e sorride ancora. Sottoposto a questo semplice trattamento, a chiunque sboccia un sorriso sul volto. In un attimo ci si ricorda che essere “bravi” nello yoga è un atteggiamento mentale che permette di godere di ogni respiro nella pratica, dimenticandosi del “prima e dopo”, osservando e deridendo quella parte chiacchierona e puerile della mente che si lamenta o si compiace continuamente per quello che “io” so o non so fare.

2 “Yoga is easy. Everything else difficult!”.

“Lo yoga è facile. Tutto il resto complicato!”. Quando Manju si rende conto che la pratica crea (anziché allontanare) tensione, apprensione, aggressività, allora si affretta a ricordarlo. Per chi conosce il nostro Maestro non è una frase fatta, ma un insegnamento tecnico, di metodo. Lo yoga deve essere semplice, perché è l'addestramento alla semplicità e alla comprensione che diventa strumento per affrontare “tutto il resto”, cioè quello che inevitabilmente ci aspetta fuori dal tappetino. A volte si tende a fare esattamente il contrario e lo yoga diventa una sfida frenetica e violenta. La semplicità è il rimedio contro la nostra aggressività e contro i nostri limiti. La chiave di accesso al piacere privo di attaccamento che si sperimenta durante la pratica. Per Manju questa è l'essenza dell'esercizio quotidiano, questo l'obiettivo.

3 “It is all about sharing”

Infine una frase che ho sentito spesso in risposta a domande riguardanti gli insegnanti. Un monito la cui importanza è ben chiara a chi ha intrapreso il lavoro di insegnante. “Si tratta di condividere”. Condividere con amore, per amore. La raccomandazione implicita (per la verità spesso esplicitata durante gli incontri pubblici del Maestro) è diffidare di chi fa leva sulle tecniche “segrete”, che stabilisce gerarchie, che si pone sempre al di sopra dell'allievo, perché costui non sa condividere, attraverso il suo sapere desidera al contrario controllare le persone. Rispetto all'insegnamento, l'invito di Manju è di fare ciò che il cuore sa essere giusto: il desiderio di trasmettere la nostra disciplina è legittimo sempre e per tutti, purché sia fatto con consapevolezza e onestà.

Credo che ogni appassionato di Yoga dovrebbe incontrare Manjuji. Capirà dalle sue parole ma soprattutto dal suo atteggiamento tranquillo, capace di mettere a proprio agio chiunque. Frequentandolo, prima di qualsiasi āsana, si imparano il candore e la leggerezza di una mente aperta e un cuore in pace.

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