NOTA! Questo sito usa cookies e tecnologie similari.

Questo sito utilizza cookie tecnici per migliorare servizi ed esperienza dei visitatori. Se decidi di continuare la navigazione o chiudi questo banner presti il consenso all'uso di tutti i cookie. Per maggiori informazioni o per negare il consenso all'utilizzo dei cookie, leggi l'informativa estesa. La restrizione della capacità dei siti web di inviare i cookie può peggiorare l’esperienza di navigazione globale degli utenti.

Informativa estesa Cookie Policy

Pratica

Tecnica, approfondimenti e curiosità sulla nostra pratica

bakasana

Procedendo nel corso degli anni nella pratica dell’Ashtanga, e in qualche caso arrivando poi ad affrontare l’esperienza dell’insegnamento, è facile dimenticare quali siano stati i dubbi, le sensazioni, gli ostacoli incontrati all’inizio del percorso, o il momento in cui si arrivava alla consapevolezza che quella serie di movimenti non rappresenta solo una pratica fisica. Ci sembra quindi utile e interessante per tutti, indipendentemente dall’esperienza accumulata, provare a ripercorrere quella fase di scoperta e ritrovare, attraverso le parole e le riflessioni personali di una praticante, quello stupore che accompagna l’intuizione delle profondità di una disciplina destinata ad accompagnarci per molto tempo.

I fondamenti

Durante le prime lezioni, ricordo di essere rimasta stupita dalla scarsa elasticità del mio corpo. Ho provato un forte senso di sconforto nello scoprire che alcune parti di me non rispondevano adeguatamente ai comandi del mio cervello. L’insegnante parlava di posizionare i piedi in un certo modo, di respirare in un altro, di stare dritti, e mentre io credevo di farlo continuava a spronarmi. Quindi i piedi non erano dritti, non riuscivo a respirare come mi chiedeva, la mia schiena non era eretta? No, in effetti no: i piedi erano come morti, il respiro era corto e sforzato, insomma l’insegnante mi stava chiedendo di fare delle cose banali che però non ero capace di fare. Durante le prime lezioni ero e rimanevo concentrata sul dolore muscolare che monopolizzava tutta la mia attenzione, e l’unico modo per non sentirlo era distrarmi e pensare ad altro. Ricordo che l’insegnante mi parlava dei fondamenti dello yoga, mi parlava del respiro, mi parlava dello sguardo, suggeriva a tutti di “attivare” i Bandha, ma il mio corpo non capiva cosa mi stava dicendo di fare e la mia mente non accettava di aggiungere altre nozioni a ciò che già stavo facendo; la concentrazione sul dolore, e sull’evitare di sentirlo, mi distraevano e mi spingevano a rifiutare di “apprendere” altro.

A ogni nuovo allievo che si accingeva ad iniziare la pratica, l’insegnante ripeteva le stesse nozioni di base. E tutte le volte io stavo lì ad ascoltare e avrei saputo ripetere parola dopo parola quello che diceva, ma non riuscivo a comprenderne il significato. Perché erano cosi difficili quelle cose? Perché non capivo cosa significasse la fluidità del respiro, la continuità senza pause e, se ogni tanto potevo arrivare a immaginarle, non riuscivo a metterle in pratica, e non riuscivo a respirare senza bloccare il respiro. Mi ripetevo costantemente che quello era l’ultimo dei miei pensieri, prima dovevo risolvere il “problema” dell’elasticità; mi ripetevo che a quelle “cose “ difficili ci possono pensare, durante la pratica, solo coloro che non hanno problemi di elasticità , solo chi ha la fortuna di avere un corpo che risponde bene agli stimoli, un corpo elastico e flessibile.

Per me era troppo difficile non pensare al fastidio muscolare che provavo nell’allungarmi, nel distendermi e praticamente in tutte le posizioni che mi si chiedeva di fare. E così sono andata avanti per almeno tre anni, fino a quando decidendo che volevo far passare la mia pratica a un livello superiore ho cominciato a porre attenzione a tutte le nozioni che avevo sottovalutato.

Ujjayi e Bandha

Quando ho iniziato a voler cambiare la respirazione, ho fatto un grande sforzo. Ricordo pratiche faticosissime durante le quali il nostro maestro contava i tempi di inspiro ed espiro; è stato molto difficile concentrarsi contemporaneamente sulla corretta esecuzione e sul mantenere la stessa lunghezza nelle due fasi. Per migliorare ho provato più volte in privato, a casa, senza fare la pratica, ma esercitandomi nell’emissione del suono e della quantità di aria. Ho successivamente praticato per una settimana contando i tempi in entrata ed in uscita, sforzandomi di farlo, finché non mi sono accorta che non era più necessario dedicargli tutta quella attenzione, perché il respiro era diventato regolare da solo. È stato frustrante mettere in secondo piano l’esecuzione delle āsana, volevo fare tutto, respirare bene, muovermi bene. Ed è stato proprio così; perché nelle settimane successive ho notato che l’elasticità ne aveva giovato, che l’affanno era sparito, che alla fine della pratica la stanchezza era diminuita, che tutto era più tranquillo.

Ad oggi, durante la pratica devo costantemente porre attenzione a ciò che sto facendo e come lo sto eseguendo, il che significa dover rimanere centrata nel momento presente per dare spazio e possibilità al mio corpo di muoversi come gli è più semplice. E’ come se la scoperta e l’utilizzo di questi due strumenti (Ujjayi e Bandha,) avesse segnato l’inizio di un tipo di pratica interiore, piuttosto che una pratica “da palestra”, ovvero più esteriore, puramente fisica. A completare tutto questo è venuto quindi l’abbinamento del corretto Vinyāsa.

Vinyāsa

Fin da subito, durante le mie prime lezioni, l’insegnante aveva sempre posto grande attenzione ai movimenti respiratori, esplicitandoli nello spiegare le āsana. In linea di massima, quindi, eseguivo correttamente l’inspirazione e l’espirazione abbinandola al giusto movimento corporeo ma a volte, in certe āsana, respiravo come capitava, espirando quando avrei dovuto inspirare e viceversa. Non ci sono stati grossi momenti di crisi, come per il respiro Ujjayi, ma ho dovuto concentrarmi a fondo per accorgermi dove sbagliavo, perché il corpo aveva memorizzato movimenti e respirazioni in alcuni casi scorrette che rendevano tali posizioni difficili e faticose da eseguire. Mi sono accorta infatti che, correggendo il respiro, le āsana in cui avevo scambiato inspirazione ed espirazione diventavano più semplici, più fluide nella pratica e meno faticose in termini di forza. Ancora oggi mi accorgo di sbagliare il Vinyāsa nel momento in cui mi distraggo dalla pratica; può accadere di dover interrompere il conteggio per eseguire un’āsana particolarmente difficile per il mio fisico nonostante le semplificazioni. Finché rimango nel flusso della sequenza delle posture riesco a mantenere un respiro costante e ad abbinarlo correttamente alla sequenza, ma nel momento in cui mi distraggo mi accorgo di dovermi riposizionare nel tempo e nello spazio presente per riprendere il giusto andamento respiratorio.

Dṛṣṭi

Praticare il Vinyāsa ha portato la mia pratica a un livello più meditativo che di attività fisica, aspetto che si è approfondito attraverso l’utilizzo del Dṛṣṭi. I primi tempi della mia pratica il mio Dṛṣṭi era ovunque, ovunque ci fosse qualcuno che si muoveva, ovunque ci fosse qualcuno che parlava o qualche rumore. Il maestro ci indicava il Dṛṣṭi quando si accorgeva che l’attenzione era bassa, o nello spiegare la posizione successiva, ma l’attenzione a quella direzione durava l’istante in cui lo diceva per essere poi assorbita da tutt’altro. Da poco tempo ho deciso di porre attenzione alla direzione dello sguardo, e questo mi ha aiutato a portare la mia pratica a un livello superiore. Se grazie agli altri fondamenti c’è stato un miglioramento evidente nella pratica, in termini di assunzione della posizione e di risparmio di forze – quindi un beneficio fisico immediato – inserire l’attenzione al Dṛṣṭi ha completato lo stato meditativo che già il Vinyāsa mi aveva portato a provare. Se con il Vinyāsa ho appreso il fluire della pratica, il Dṛṣṭi ha aumentato lo stato di introspezione, concentrazione e calma della mente.

È vero che all’inizio di una pratica fisicamente impegnativa non è facile comprendere e soprattutto utilizzare elementi complessi come Ujjayi, Bandha, Vinyāsa, Dṛṣṭi. Il principiante che riceve tutte le informazioni insieme potrà effettivamente rimanere un po’ confuso, ma sta alla bravura dell’insegnante fare in modo che le nozioni arrivino in modo graduale e facile senza necessariamente tenere una lezione teorica il primo giorno che un nuovo praticante si affaccia al mondo dello yoga; può essere utile, come si è rivelato nel mio caso, ricevere le informazioni durante la pratica, mentre si eseguono le āsana, così da avere la percezione immediata di ciò di cui ci stanno parlando e conservarne memoria nel corpo, che al momento opportuno richiamerà quell’informazione.

Cerca negli articoli

Ashtanga Vinyasa Yoga