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Pratica

Tecnica, approfondimenti e curiosità sulla nostra pratica

Ai praticanti viene detto di concentrarsi sul respiro, mantenere la costante contrazione dei bandha, puntare lo sguardo in un punto preciso in ogni movimento, di usare forza su alcuni muscoli e rilassarne altri per poi magari correggere la postura dicendo che non è ben allineata.

Sembra che l’ Ashtanga Yoga (e in particolare quello moderno che aggiunge alle prescrizioni tradizionali elementi di anatomia, posturologia e movimento funzionale) sia una pratica che invece di favorire la concentrazione rilassata , affatichi il praticante controppe ossessionanti attenzioni.

In alcuni casi la frustrazione è tale da indurre ad abbandonare la pratica: ” Per me è troppo difficile” è una delle frasi più ricorrenti che mi sento dire dopo la classe di prova. Nei praticanti esperti invece spesso si nota una sorta di imbarazzo: qualche volta ci si sente precisamente nel flusso e alla fine della pratica sembra di rinascere per vitalità e gioia; altre volte nonostante ci si sforzi tremendamente l’ impressione è quella di essere adatti alla pratica quanto un gorilla alla letteratura e dopo savasana ci si rialza con la sensazione di aver fatto un frontale con un tir.

So che non si risponde a una domanda con un’altra domanda ma permettetemi questa eccezione: “Conoscete qualche cosa della vita che non sia soggetta a queste fluttuazioni?” Io credo a pensarci bene di no… Credo però che in ogni cosa della vita questi due eccessi tendano ad avvicinarsi fino alla stabilità grazie a tre elementi fondamentali: impegno, tempo e pazienza.

  • Impegno

    L’impegno è primario e varia con l’importanza e l’attenzione che si da alla pratica: c’è chi pratica una volta alla settimana e chi si assume la responsabilità di una sadhana giornaliera vera e propria . Non è importante quale scelta facciamo ma è importantissimo calibrarla su noi stessi. Chi vede nello yoga una ginnastica leggera e salutare è perfettamente inutile che pratichi tutti i giorni le serie dell’ashtanga perchè si sentirà presto stanco dell’ impegno assunto; così come un praticante che sente lo yoga come una grande, irrinunciabile spinta verso se stesso e pratica due volte alla settimana si ritroverà a voler strafare in un’ ora di tappetino col rischio di infortunarsi e con la sensazione di qualcosa che non va… A seconda di quello che scegliamo ci troviamo di fronte a diverse aspettative spesso del tutto assurde: non necessariamente mi passa il mal di schiena perchè faccio yoga una volta alla settimana e non è detto che raggiunga l’equanimità di un bonzo perchè la settimana scorsa ho finalmente deciso di fdare yoga tutti i giorni come mi ha detto Alessandro… Una volta capito veramente quello che si vuole dovremo anche condizionare il sistema corpo-mente a raggiungere i risultati che ci siamo prefissi e per far questo impegno diventa costanza e ripetizione e quindi

  • Tempo

    Ci vuole tempo. Anche se alla nostra prima lezione l’insegnante si preoccupa di spiegare bene tecnica, respiro, contrazioni e rilasci, lui stesso sa bene che neanche un decimo di quello che ha detto verrà messo in pratica. A seconda della nostra energia (o predisposizione se si preferisce) ci vorrà tempo affinchè la nostra volontà si coordini all’ azione, tempo perchè la nostra attenzione si possa muovere più in profondità e l’azione diventare più precisa ed efficace, tempo per trovare l’esecuzione più ergonomica delle pose che ci permetta di non sprecare forza e godere della pratica. Prima di arrivare a prendere i piedi con le mani a gambe distese al chi scrive ci sono voluti diversi anni e ricordo bene la fatica, la frustrazione, la sensazione di inadeguatezza, il dolore (che poi ho riconosciuto come “buono”). Così nel tempo si tende a stancarsi: non si migliora come nelle fasi iniziali, si ripetono sempre gli stessi movimenti, le correzioni e le parole dell’ insegnante sono sempre più difficili da capire e da adattare alla nostra pratica:

  • Pazienza

    Ci vuole pazienza. La pazienza è per me un’ attitudine mentale che riassume in sè gli yama e i niyama dello yoga: vuol dire non nuocersi, essere onesti con se stessi, non sprecare, non volere tutto subito, contentarsi, impegnarsi, studiarsi, avere fede ecc. Significa disporsi a godere della pratica consapevolmente senza eccessi accettando quello che siamo senza precludersi la possibilità di migliorare; usare l’impegno e il tempo nel modo più produttivo e sano. Con la pazienza S.Antonio tira l’asino indolente sulla montagna. Senza male parole, senza strattonarlo, trattandolo con rispetto e amore ma consapevole del proprio obbiettivo che infallibilmente raggiunge…

Quando si inizia un’ attività qualsiasi (lavoro, studio, sport, ma anche le relazioni non fanno eccezione) si palesano delle difficoltà che sembrano isormontabili: la prima volta che ho dovuto fare una prenotazione di una stanza nell’ hotel dove ho lavorato per anni ci ho messo quasi dieci minuti e nonostante questo sono riuscito a fare confusione… Dopo un mese potevo prendere prenotazioni anche a due alla volta in una manciata di secondi senza il minimo errore. Impegno, tempo, pazienza… Del resto la nostra pratica, proprio come il mio lavoro in hotel, è ripetitiva per questo motivo.

Con le parole di Guruji B.K.S. Iyengar: “Sadhana è una trasformazione graduale da uno sforzo pieno di sforzo allo sforzo senza sforzo, che minimizza lo sforzo fisico ed esalta le qualità dell’ intelligenza nell’ osservazione e nell’ attenzione, affinchè il sadhaka (il praticante n.d.a.) possa utilizzarle per penetrare il proprio obbiettivo: l’aquisizione della conoscenza e dell’esperienza spirituale.”

Il cammino è lungo e in certi momenti faticoso. Mi auguro come praticante di avere la forza di percorrerlo e come insegnante di essere un buon supporto a chi si troverà a superare ostacoli solo apparentemente isormontabili.

Namasté

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