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Tradizione

Teoria, storia, miti e testi di riferimento della nostra disciplina

Con il termine Śānti Mantra si intendono una serie di raccolte di inni che fungono da invocazione iniziale nelle Upaniṣad. Questi testi presentano una grande varietà di sistemi per raggiungere uno stato di liberazione dalla sofferenza e quindi una felicità incondizionata.

Le Upaniṣad dello Yoga sono quelle che hanno in comune alcune pratiche specifiche (esercizi di respirazione, mudra e bandha) che contribuiscono alla nostra disciplina anche nel suo sviluppo più recente.

La nostra scuola propone la sua raccolta composta da canti tratti dalle invocazioni iniziali delle Upaniṣad dello yoga.

Le invocazioni sono prese dai testi più antichi (Samhitā) come a rappresentare un omaggio alla tradizione e un buon auspicio per l'attività che si va svolgere, ma non sono preghiere come noi le intendiamo.

I mantra, nella tradizione yogica, sono appunto "strumenti per la mente": intrappolano la mente nel presente costringendola a seguire la salmodia dei versi nella loro precisa intonazione impegnando al massimo la memoria (si recitano spesso migliaia di versi senza il testo scritto). Inoltre, alla base della recitazione dei mantra, c'è la teoria secondo la quale l'esistente sia creato oltre che definito dalle parole (vedi Nadabindopanisad, ma soprattutto la scuola dello "Spanda"). La parola quindi crea l'oggetto all'esterno e lo definisce portando "la coscienza fuori di se'" (R.Gnoli). Il mantra, al contrario "fa riposare la coscienza in se stessa". Per questo si dice che il significato di ciò che si canta non abbia nessun importanza nella pratica yogica del mantra.

Gli Śānti Mantra sono composti in differenti metri ma sono tutti estremamente musicali, si possono recitare a differenti velocità e cantare sia con voce chiara che sussurrando sebbene la tradizione li voglia intonati nella salmodia corrispondente al metro in cui sono stati composti.

Oltre a questo possiamo dire che recitando i mantra all'inizio e alla fine della nostra pratica è come se circoscrivessimo ciò che è avvenuto nella sala come il contenuto di una "piccola upaniṣad quotidiana", una presa di coscienza "raccontata" sul tappetino e ripetuta fino a comprenderne il pieno significato, proprio come si fa con i testi vedici a cui fanno da cornice.

La recitazione, si dice, deve essere perfetta nella pronuncia, nel ritmo, perfino nell'ardore emotivo che deve accompagnare ogni verso e un'intera upaniṣad è dedicata a descrivere "come" si recitano i versi (sebbene in ogni tempio le stesse strofe vengono salmodiate differentemente...). La precisione, come in ogni rito, è uno strumento non il fine. Il recitante deve essere completamente assorbito in ciò che sta facendo e la precisione è il sistema per "aggiogare" la parola alla mente rimettendole in comunione. Il respiro è il fuoco che accende l'unione e per questo il canto dei mantra è associato al pranayama e spesso serve per "misurare" la lunghezza del respiro.

S.T.Butterfield, esperto recitante ("Il doppio specchio" ed. Ubaldini), descrive un contributo pratico che i mantra possono dare: "L'atto di rimanere regolarmente seduti a recitare il mantra, indipendentemente da ciò che accade intorno a noi (conflitti domestici, problemi di lavoro, cali di attenzione, successi ed insuccessi), attira tutte le altre attività nell'ambito della pratica e infine le riconduce sotto la sua influenza. L'abitudine si trasforma in rituale; il cieco fluire del dialogo interiore viene interrotto ed eliminato prima che possa congelarsi in opinione, e quindi trasformato in mantra. Il pensiero si trasforma in colore".

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