Tradizione

Teoria, storia, miti e testi di riferimento della nostra disciplina

Dṛṣṭi significa "il guardato" cioè l'oggetto che cattura la vista.

La radice di questo termine ha un valore particolare nello "Yoga Sūtra dove dṛṣṭuh è lo "spettatore" o il "testimone" che si stabilirà fermamente (avasthanam) nella propria vera natura (svarupa) solo quando lo yoga avrà inibito (nirodha) le fluttuazioni della mente (citta vrtti) (Yoga Sūtra 1.2-3).

Forse anche grazie a questi due versi, nella pratica, alla vista viene dato un valore particolare, di sicuro privilegio rispetto agli altri sensi, che la delega ad essere lo specchio più fedele di mente ed emozioni.

Se lo sguardo è lo specchio della mente rendendo disciplinato l'uno si ottiene lo stesso nell'altra: questa l'idea che fa da base agli esercizi di Dharana (concentrazione) dove lo sguardo può diventare "passivo e rivolto verso l'interno" (dice B.K.S. Iyengar in "Lights on Pranayama") e diventare il puntatore sottile dell'energia in particolari zone del corpo.

Nella pratica dell'Aṣṭāṇga ad ogni movimento è abbinato uno dei nove dṛṣṭi dello yoga:

  • Nasagrai (punta del naso)
  • Brūmadya (in mezzo alle sopracciglia)
  • Nabi Cakra (ombelico)
  • Angusta Ma Dyai (pollice)
  • Hastagrai (mano)
  • Padāyoragrai (alluce)
  • Pārsva (orizzonte a destra)
  • Pārsva (orizzonte a sinistra)
  • Ūrdhva /Antara (verso l’ alto)

Questo significa che dall'esecuzione dei saluti al sole fino alla meditazione finale allo sguardo non è permesso divagare neppure per un attimo (oppure che il praticante è costretto ad accorgersi che lo sguardo divaga in continuazione...).

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